La nascita del Parco
L’idea del parco nasce nel 1986 dalle associazioni ambientaliste, Legambiente, W.W.F., Italia Nostra, L.I.P.U., ma già a partire dalla fine degli anni '70 se ne parlava in consiglio comunale. Le stesse associazioni danno vita ad un Comitato per il Parco, cui aderiscono anche alcune forze politiche e sindacali. A Cagliari, nel 1995, l’idea diventa un disegno di legge regionale. Nel gennaio 1999 il Consiglio regionale approva la legge istitutiva che un mese dopo diventa ufficiale, con legge del Consiglio della Regione Autonoma della Sardegna il 26 febbraio 1999. Il provvedimento regionale si rifà alle indicazioni della 394 del 1991, la Legge Quadro nazionale sulle Aree Protette L’Ente per la gestione del Parco, che la legge prevede, è espressione del Consiglio Comunale.
STORIA DELLA ZONA DEL PARCO
La storia degli insediamenti umani nella Baia di Porto Conte è molto antica.
Il nome Nynphaeus portus compare già nella più antica cartografia della Sardegna, ad indicare la baia a nord di Alghero. Vi è rappresentato anche Capo Caccia, denominato Penne di S. Erasmo. Il nome greco-latino di Porto Ninfeo si era andato mutando in Porto del Conte, a seguito di una investitura feudale del Papa. Nello stesso periodo il Capo di S. Elmo veniva sempre più spesso chiamato Capo della Caccia, per essere divenuto luogo privilegiato di cacciatori, data la grande abbondanza di selvaggina.
I genovesi
Dopo il mille la storia del territorio subì una svolta con il trasferimento dell’interesse da Porto Conte alla rada di Alghero. La famiglia genovese più potente, i Doria, si era saldamente insediata nel nord Sardegna. Nella rada di Alghero il promontorio, difeso naturalmente da tre parti dal mare, viene ritenuto idoneo per l’edificazione di una città dotata di buone fortificazioni a protezione dei traffici. Alghero si sviluppa nella seconda metà del duecento come città signorile,mentre Porto Ninfeo è ormai territorio privo di interesse, progressivamente riconquistato alla campagna incolta.
Porto Conte
Proprio a Porto Conte nell’agosto del 1353 si decise l’esito della lotta per il possesso di Alghero tra i genovesi e i nuovi conquistatori catalani. La vittoria delle flotte alleate fu totale e gli aragonesi occuparono militarmente la fortezza algherese. Un anno dopo si trovarono a doverla riconquistare, in seguito alla ribellione degli algheresi.
Periodo catalano e spagnolo
Nel periodo aragonese, Alghero costruisce il suo sviluppo sulla scia dei commerci mediterranei catalani. Il 1492 segna però l’inizi di un nuovo difficile corso che vede la progressiva perdita della centralità del mediterraneo a favore delle rotte atlantiche. Le zone costiere di Porto Conte, furono in gran parte abbandonate per il timore di aggressioni barbaresche. Il parlamento sardo del 1572-75, convocato da Filippo II, deliberò un piano straordinario di difesa delle coste, mediante vedette e torri di avvistamento e difesa. Il piano prevedeva 54 torri, oltre le 9 già esistenti.
Torri antibarbariche
Le torri di Porto Conte e di Capo Galera sono di tipo gallardas, le più grandi. Erano dotate di guarnigione e di cannoni per respingere gli attacchi dei nemici. Le altre torri, come quella di Tramariglio, del Bollo, della Pegna e quella scomparsa del Liri erano dotate di sentinelle per l’avvistamento e l’allarme.
Nel 1842 una risoluzione del governo sabaudo sopprime l’amministrazione delle torri, che era stata creata in epoca spagnola.
Le torri costiere algheresi erano già state parzialmente smobilitate molto prima. Alla fine del XVII si era infatti sciolta la truppa della difesa volontaria, perché l’amministrazione civica di Alghero non era in grado di pagarne le spese.
I piemontesi
Il nuovo governo sabaudo avviò una politica di riforma per risollevare la Sardegna dal grave stato di arretramento, affrontando problemi sociali come la questione sanitaria che, con il corrente rischio di epidemie, rimaneva in cima alle preoccupazioni di tutti. Nel 1720 il vicerè di Sardegna, barone di San Remy, metteva in atto un programma di misure di igiene e prevenzione per arginare la rinsorgenza delle epidemie. È all’interno di questo piano sanitario che, l’anno successivo, l’ingegnere De Vincenti progetta e costruisce il Lazzaretto presso la spiaggia di Capo Galera. Contrariamente a quanto il nome lascia intendere, il Lazzaretto non fu mai utilizzato per gli appestati durante il periodo delle malattie. La sua funzione era quella di tenere in isolamento precauzionale persone e materiali ritenuti possibili portatori di contagio. In questo contesto si realizzano la nuova strada per Capo Caccia, il faro e strutture come pozzi e fontanili, come quello in località S. Igori.
IL TERRITORIO IN EPOCA MODERNA
L’ottocento segna l’inizio di una nuova considerazione di Porto Conte, questa volta indirizzata alle bellezze naturalistiche del sito. Il numero dei visitatori alla grotta di Nettuno aumentò tanto da minacciarne l’integrità, dunque nel 1874 venne istituito l’obbligo di autorizzazione rilasciata dal comune di Alghero per poterla visitare.
Nel 1861, il comune cede all’amministrazione carceraria i terreni contigui al Calich, dove viene impiantata una colonia penale. All’inizio del ‘900 la colonia penale diventa Azienda Maria Pia, in onore si Maria Pia di Savoia.
LA BONIFICA
Negli anni trenta del novecento, la critica situazione di degrado in cui versa Porto Conte viene interrotta da un programma nazionale di potenziamento dell’agricoltura. Cinquecento metri quadri della zona della Nurra erano considerati zone malariche. Unica attività era la raccolta della palma nana per la creazione di crine vegetale. I primi coloni arrivarono dal Ferrarese.
Del 1936 è l’inaugurazione del borgo di Fertilia, che doveva essere il centro insediativo e dirigenziale della bonifica.
Nel 1937 a Porto Conte viene inaugurato l’idroscalo per una linea aerea che collegava Alghero con Roma-Ostia.
L’Italia del secondo dopo guerra affrontava le grandi emergenze che il conflitto mondiale aveva causato. Fertilia fu occupata e ricostruita da pescatori e contadini della Dalmazia e della Venezia Giulia, reduci dai campi profughi, formati dai fuggiaschi dei paesi comunisti. La forte crisi occupazionale indusse a riprendere l’opera di bonifica e il frazionamento della campagna in parcelle poderali nella misura di 10 ettari circa. Sorgono i nuovi borghi rurali come S. Maria la Palma e Maristella, dove si sperimentava l’impianto dei vigneti. La laguna del Calich riprese ad essere usata come peschiera e il ponte come attracco di barche.
Tratto dal Volume "Porto Conte, il parco, l'Ambiente, la storia, i percorsi" ed. del Sole a cura di Luciano Deriu
STORIA DELLA ZONA DEL PARCO
La storia degli insediamenti umani nella Baia di Porto Conte è molto antica.
Il nome Nynphaeus portus compare già nella più antica cartografia della Sardegna, ad indicare la baia a nord di Alghero. Vi è rappresentato anche Capo Caccia, denominato Penne di S. Erasmo. Il nome greco-latino di Porto Ninfeo si era andato mutando in Porto del Conte, a seguito di una investitura feudale del Papa. Nello stesso periodo il Capo di S. Elmo veniva sempre più spesso chiamato Capo della Caccia, per essere divenuto luogo privilegiato di cacciatori, data la grande abbondanza di selvaggina.
I genovesi
Dopo il mille la storia del territorio subì una svolta con il trasferimento dell’interesse da Porto Conte alla rada di Alghero. La famiglia genovese più potente, i Doria, si era saldamente insediata nel nord Sardegna. Nella rada di Alghero il promontorio, difeso naturalmente da tre parti dal mare, viene ritenuto idoneo per l’edificazione di una città dotata di buone fortificazioni a protezione dei traffici. Alghero si sviluppa nella seconda metà del duecento come città signorile,mentre Porto Ninfeo è ormai territorio privo di interesse, progressivamente riconquistato alla campagna incolta.
Porto Conte
Proprio a Porto Conte nell’agosto del 1353 si decise l’esito della lotta per il possesso di Alghero tra i genovesi e i nuovi conquistatori catalani. La vittoria delle flotte alleate fu totale e gli aragonesi occuparono militarmente la fortezza algherese. Un anno dopo si trovarono a doverla riconquistare, in seguito alla ribellione degli algheresi.
Periodo catalano e spagnolo
Nel periodo aragonese, Alghero costruisce il suo sviluppo sulla scia dei commerci mediterranei catalani. Il 1492 segna però l’inizi di un nuovo difficile corso che vede la progressiva perdita della centralità del mediterraneo a favore delle rotte atlantiche. Le zone costiere di Porto Conte, furono in gran parte abbandonate per il timore di aggressioni barbaresche. Il parlamento sardo del 1572-75, convocato da Filippo II, deliberò un piano straordinario di difesa delle coste, mediante vedette e torri di avvistamento e difesa. Il piano prevedeva 54 torri, oltre le 9 già esistenti.
Torri antibarbariche
Le torri di Porto Conte e di Capo Galera sono di tipo gallardas, le più grandi. Erano dotate di guarnigione e di cannoni per respingere gli attacchi dei nemici. Le altre torri, come quella di Tramariglio, del Bollo, della Pegna e quella scomparsa del Liri erano dotate di sentinelle per l’avvistamento e l’allarme.
Nel 1842 una risoluzione del governo sabaudo sopprime l’amministrazione delle torri, che era stata creata in epoca spagnola.
Le torri costiere algheresi erano già state parzialmente smobilitate molto prima. Alla fine del XVII si era infatti sciolta la truppa della difesa volontaria, perché l’amministrazione civica di Alghero non era in grado di pagarne le spese.
I piemontesi
Il nuovo governo sabaudo avviò una politica di riforma per risollevare la Sardegna dal grave stato di arretramento, affrontando problemi sociali come la questione sanitaria che, con il corrente rischio di epidemie, rimaneva in cima alle preoccupazioni di tutti. Nel 1720 il vicerè di Sardegna, barone di San Remy, metteva in atto un programma di misure di igiene e prevenzione per arginare la rinsorgenza delle epidemie. È all’interno di questo piano sanitario che, l’anno successivo, l’ingegnere De Vincenti progetta e costruisce il Lazzaretto presso la spiaggia di Capo Galera. Contrariamente a quanto il nome lascia intendere, il Lazzaretto non fu mai utilizzato per gli appestati durante il periodo delle malattie. La sua funzione era quella di tenere in isolamento precauzionale persone e materiali ritenuti possibili portatori di contagio. In questo contesto si realizzano la nuova strada per Capo Caccia, il faro e strutture come pozzi e fontanili, come quello in località S. Igori.
IL TERRITORIO IN EPOCA MODERNA
L’ottocento segna l’inizio di una nuova considerazione di Porto Conte, questa volta indirizzata alle bellezze naturalistiche del sito. Il numero dei visitatori alla grotta di Nettuno aumentò tanto da minacciarne l’integrità, dunque nel 1874 venne istituito l’obbligo di autorizzazione rilasciata dal comune di Alghero per poterla visitare.
Nel 1861, il comune cede all’amministrazione carceraria i terreni contigui al Calich, dove viene impiantata una colonia penale. All’inizio del ‘900 la colonia penale diventa Azienda Maria Pia, in onore si Maria Pia di Savoia.
LA BONIFICA
Negli anni trenta del novecento, la critica situazione di degrado in cui versa Porto Conte viene interrotta da un programma nazionale di potenziamento dell’agricoltura. Cinquecento metri quadri della zona della Nurra erano considerati zone malariche. Unica attività era la raccolta della palma nana per la creazione di crine vegetale. I primi coloni arrivarono dal Ferrarese.
Del 1936 è l’inaugurazione del borgo di Fertilia, che doveva essere il centro insediativo e dirigenziale della bonifica.
Nel 1937 a Porto Conte viene inaugurato l’idroscalo per una linea aerea che collegava Alghero con Roma-Ostia.
L’Italia del secondo dopo guerra affrontava le grandi emergenze che il conflitto mondiale aveva causato. Fertilia fu occupata e ricostruita da pescatori e contadini della Dalmazia e della Venezia Giulia, reduci dai campi profughi, formati dai fuggiaschi dei paesi comunisti. La forte crisi occupazionale indusse a riprendere l’opera di bonifica e il frazionamento della campagna in parcelle poderali nella misura di 10 ettari circa. Sorgono i nuovi borghi rurali come S. Maria la Palma e Maristella, dove si sperimentava l’impianto dei vigneti. La laguna del Calich riprese ad essere usata come peschiera e il ponte come attracco di barche.
Tratto dal Volume "Porto Conte, il parco, l'Ambiente, la storia, i percorsi" ed. del Sole a cura di Luciano Deriu
La nascita del Parco






